Ilfattoquotidiano.it ha ricevuto decine di storie di percettori. Tra chi è in grado di lavorare il desiderio di sostituire il sussidio con uno stipendio – e il disagio provato nel sentirsi definire “fannulloni” – è una costante. 

Ilfattoquotidiano.it ha ricevuto decine di storie di percettori. Tra chi è in grado di lavorare il desiderio di sostituire il sussidio con uno stipendio – e il disagio provato nel sentirsi definire “fannulloni” – è una costante. Ma i centri per l’impiego quasi mai aiutano. E molti beneficiari sottolineano la necessità di rendere efficienti le politiche attive i meccanismi di incrocio tra domanda e offerta. Altrimenti, spesso, l’unica alternativa è il lavoro irregolare (e chi lo rifiuta viene bollato come “infame”, racconta Danilo). Poi c’è chi ha un’occupazione ma guadagna talmente poco che senza un aiuto non ce la farebbe. Raccontate le vostre storie scrivendo a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

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Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 29 Maggio 2020 Roma (Italia) Cronaca Fase 2 : manifestazione davanti al Ministero dell’Economia e delle Finanze per richiedere il reddito universale Nella Foto : organizzazioni di base protestano davanti al MEF Photo Cecilia Fabiano/LaPresse May 29, 2020 Rome (Italy) News Phase 2 : demonstration in front of the building of Finance and economy ministry for reclaim the universal income In the Pic: the protesters with banners

Il lavoro che non si trova perché “troppo vecchi“. O perché il curriculum è troppo brillante e “nessuno vuole un cameriere con il dottorato“. Le offerte in nero, 10 ore al giorno per poche centinaia di euro al mese. I lavoretti accettati comunque, anche se a 60 anni il facchinaggio e la raccolta delle olive o dei pomodori sono pesanti. Il desiderio di sostituire il sussidio con uno stipendio – e il disagio provato nel sentirsi definire “fannulloni” – è una costante nelle decine di testimonianze di percettori di reddito di cittadinanza raccolte da ilfattoquotidiano.it (ne aspettiamo altre a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it). Se servisse una nuova smentita alla narrazione del divano, queste storie dicono che chi è in grado di lavorare fa di tutto per farlo. Ma i centri per l’impiego quasi mai aiutano. E molti beneficiari, a partire da quelli con esperienza e competenze che sulla carta li renderebbero facilmente ricollocabili, sottolineano la necessità di rendere efficienti le politiche attive i meccanismi di incrocio tra domanda e offerta.

“Non si può neanche immaginare quanto sia umanamente frustrante“, racconta Teresa, due figli piccoli, che un posto ce l’aveva ma l’ha perso con il Covid e ora non trova nulla. Danilo è stato licenziato quando il datore ha scoperto che aveva chiesto il reddito: temeva controlli, visto che il contratto era “di quattro ore settimanali a fronte delle dieci giornaliere lavorate”. Ora lui e la moglie si sono abituati a sentirsi bollare come sfaticati perché – è l’unico paletto – i lavori in nero non li accettano più. Tiziano un lavoro nel suo campo ora l’ha trovato: ha vinto un bando internazionale, tra poco si trasferirà in Belgio. Negli ultimi mesi ha vissuto grazie al reddito, chiesto con “vergogna” perché “uno che ha potuto arrivare a fare il dottorato è stato certamente più fortunato degli altri”. Non per questo non voleva sporcarsi le mani: ha cercato lavoro come cameriere, l’esperienza ce l’aveva perché da studente si era mantenuto così. Ma davanti al curriculum con i suoi titoli accademici “scoppiavano letteralmente a ridere”. Poi c’è Laura, che il lavoro ce l’ha: in mensa. Dalle 11 alle 16, per 290 euro al mese. Senza il reddito, con due figli di cui uno disabile, non vivrebbe. Come Raffaele, che fa i turni in una società di security e prende 800 euro al mese. Ne ha 500 di affitto, ha anche lui due figli. “Solo grazie al reddito (che accetto con mortificazione) posso fare la spesa”, scrive. “Vorrei dire ai Renzi e ai Salvini di farsi un giro tra la gente come me che non sta sul “divano” ma lavora per un misero stipendio. Se venisse abolito il reddito qui al sud le alternative sono rubare o suicidarsi”.

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